"Consumare preferibilmente entro..." - Racconti

"Consumare preferibilmente entro..." - Racconti
seconda edizione - 2012 - versione cartacea

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mercoledì 25 settembre 2019

A spasso

Andando in giro per la città, per le solite strade, in mezzo si soliti palazzi, all'improvviso potresti accorgerti che anche tu sei lo stesso di cinquant'anni prima.
Potresti quasi prendere per mano il ragazzino che eri.

lunedì 3 settembre 2018

“Gallino”


“Gallino”

Per cominciare dall’inizio, bisogna risalire al giorno in cui, non senza stupore, vedemmo gironzolare, nel vasto terreno che circonda la casa, una gallina bianca seguita da tre pulcini, due bianchi e uno nero.
Stiamo qui da tanti anni e più che gatti, topi e uccelli non erano capitati.
Vero è che, confinante con un angolo remoto del terreno, dietro il muro di cinta, un signore tiene un piccolo pollaio, giusto per gusto e uso personale, ma mai era successo che uno dei suoi volatili si trasferisse da noi.
Non stemmo a farci tante domande, il terreno è grande, per lo più un agrumeto ben poco curato per non dire selvaggio, gallina e figli non davano fastidio e del resto non avremmo saputo bene che fare, così gli ospiti restarono da noi.
I giorni passarono, i pulcini crebbero, finché la gallina... letteralmente scomparve.
I galletti rimasero soli, ma sembravano in grado di cavarsela a sufficienza.
A quel punto cercai il padrone del pollaio e gli raccontai la faccenda. Mi disse che la gallina aveva senz’altro scavalcato il muro ed era venuta a deporre e covarsi le uova nel nostro terreno. I tre pulcini, dunque, non erano nati nel pollaio, anche perché lui ha già tante galline per cui le uova le raccoglie e se le mangia. La chioccia, comunque, non era tornata da lui. Era scomparsa, insomma, si direbbe dopo essersi assicurata una discendenza e dopo aver cresciuto i figli quel tanto da renderli indipendenti.
“E che ne faccio dei tre galletti?” gli chiesi. Erano maschi, inequivocabili crestine gli si stavano sviluppando sulla testa.
“Sono buoni, se li mangi!” mi rispose, come se fosse la più ovvia delle soluzioni e io un po’ cretino a non averla trovata da me.
Non li mangiammo, bensì abbiamo cominciato a nutrirli e a poco a poco ad affezionarci, perché siamo fatti così.
Dopo un po’ di giorni, inspiegabilmente, trovammo uno dei due galletti bianchi morto stecchito. Non aveva alcuna lesione apparente.
Lo seppellii. Sotterro tutti gli animali che muoiono nel nostro terreno.
Il bianco superstite e il nero continuarono la loro vita come se nulla fosse, almeno a noi così è sembrato.
Hanno ben presto imparato a cantare, svegliando noi e il vicinato alle prime luci dell’alba se non in piena notte, e credo per questo di aver più volte riconsiderato la possibilità di tirargli il collo, ma sempre e solo in teoria.
Osservarli era un passatempo. Abbiamo scoperto che i polli sono tutt’altro che stupidi e che, né più e né meno di quanto avviene per gli esseri umani, uno può essere più intelligente di un altro. Il nero, nel nostro caso, almeno il doppio del bianco: più veloce a rispondere ai richiami, confidente e curioso, più capace di trovare un percorso e via dicendo.
Cominciammo a chiamarli “Gallini”.
Razzolavano in giro per tutto il giorno ma più spesso nelle vicinanze di casa. All’imbrunire scomparivano, nel terreno ci sono tanti possibili ripari e nascondigli, per ricomparire all’alba.
Ben presto le creste sulle loro teste si sono fatte più vistose, i canti mattutini hanno cominciato a sembrare una serrata competizione finché un giorno, purtroppo, i due fratelli si sono affrontati in un vero e proprio combattimento.
Non ce lo aspettavamo! I nostri pulcini, così teneri e graziosi, sol perché erano cresciuti un po’, si azzuffavano selvaggiamente fino a ferirsi e sanguinare da tutte le parti.
Nei giorni seguenti fu evidente che qualcosa era cambiato...
Il bianco cominciò a vedersi sempre meno in prossimità della casa e, cercandolo, lo trovammo nell’angolo opposto del terreno, proprio dietro il muro divisorio col pollaio, in compagnia di una gallina che doveva aver convinto a raggiungerlo. Dopo qualche altro giorno, infine, affacciandoci oltre il muro, lo vedemmo di là anche lui. Lì c’è un altro gallo, bianco anch’egli e molto più grosso. Chissà come gli sarà andata a finire. Da noi non è più tornato.
Il nero, “Gallino”, è rimasto di qua, padrone incontrastato, solo.
Ma, in tutti i sensi, “solo” fino a un certo punto.
Si, perché trascorso ancora del tempo, una mattina si presentò davanti a casa con una gallinella bianca!
Da quel giorno, e ad oggi ne sono passati tanti, “Teresa” (ha la faccia da “Teresa”, precisa!)  e “Gallino” sono inseparabili.
Lei razzola disinvolta, lui non la perde d’occhio un minuto. Un’allerta perenne.
La mattina canta a squarciagola finché non esco coi resti della cena e li rovescio nel solito posto. “Gallino”, sempre il primo ad arrivare, assaggia appena appena, senza ingoiare e con una serie di versi richiama Teresa e appena lei arriva si fa di lato, la guarda mangiare e solo dopo un po’ si concede qualche beccata. Teresa a quel punto si disinteressa del suo boccone e si fionda su quello di Gallino, che subito glielo lascia per cercarne un altro e via di seguito, sempre così, sì che alla fine lei mangia il triplo di lui.
C’è da dire che ogni tanto, colto da una sorta di raptus, Gallino le salta addosso e la possiede, svelto, che lei, dopo una breve concessione, se lo scrolla di dosso e ricomincia a razzolare.
E questo è quanto.
Non sappiamo come andranno avanti, cosa succederà ancora, e a dire il vero questa è una domanda tutta nostra. Ad osservarli, infatti, a guardarli negli occhi, Gallino e Teresa non sembrano avere queste preoccupazioni.

lunedì 16 giugno 2014

27 maggio, ore 18

C'è questa storia dei fusi orari.
Ho la tabella davanti. Un poster appeso a una parete di questo ufficio con le luci al neon e l'aria condizionata, dove oggi sono rimasto a fare un'ora di “straordinario”.
Tutto il mondo, srotolato come un tappetino, solcato dalle linee verticali che dicono dove e come cambia l'ora. Sempre perché la terra gira e gira senza fermarsi un momento e se ha la faccia rivolta verso il sole deve avere per forza il culo all'ombra.
Comunque.
Nello stesso momento, qui sono le 6 di pomeriggio e in Portogallo sono ancora le 5.
Se fossi velocissimo recupererei quest'ora di vita.
Se fossi ancora più veloce, e in un batter di ciglia potessi trovarmi a New York, recupererei la bellezza di 6 ore. Tornerei a mezzogiorno.
Diciamo che dalle 12 alle 18 di questo 27 maggio 2009, potrei essere qui in ufficio a protocollare documenti di cui non mi interessa nulla e, nello stesso preciso momento, in giro per la Grande Mela a fischiettare. Alle 18 in punto, per esempio, nulla mi vieterebbe di affacciarmi da una finestra in cima all'Empire State Building.
Ma ancor di più... se da New York, sempre istantaneamente, fossi capace con un solo balzo di materializzarmi in California, mi ritroverei lì alle 15 spaccate.
Capite?
Avrei tempo a sufficienza.
Allora allo scoccare delle fatidiche ore 18 di questo fottuto 27 maggio 2009, mentre il primo me, qui a Palermo, starebbe finendo di protocollare documenti di cui non gli interessa nulla e il secondo me starebbe scattando foto dall'alto del mitico grattacielo di New York, un terzo me se la starebbe spassando a surfare sulle onde gigantesche del Pacifico!


martedì 28 gennaio 2014

Lo scirocco dura tre giorni








"Lo scirocco dura tre giorni" è il mio contributo a un laboratorio di scrittura condotto circa dieci anni fa a Palermo da Luigi Bernardi (purtroppo scomparso di recente) e organizzato da "Libr'aria", scuola di scrittura diretta dalla mia amica Beatrice Monroy.
Con riferimento alla ben nota "Scomparsa di Patò" di Andrea Camilleri (che aveva a sua volta preso spunto da un fugace accenno di Leonardo Sciascia nel finale di "A ciascuno il suo"), Bernardi propose a ciascuno di noi di immaginare e raccontare altre possibili... scomparse di Patò.
Ne è nata una pubblicazione ("Altre scomparse di Patò" ed. della Battaglia, 2003) che credo sia praticamente introvabile.
Un vero peccato!
Il libro, oltre al mio, contiene i racconti di Mari Accardi, Rossella Caleca, Adele Cammarata, Claudia Cincotta, Annalisa Conte, Beatrice Monroy, Simona Dolce, Rosario Palazzolo, Luca Panzarella, Rino Parlapiano, Marco Pomar e Caterina Spina.

LO SCIROCCO DURA TRE GIORNI
Erano due giorni che faceva un caldo africano. L'asfalto della piazza sembrava sul punto di squagliarsi in uno stagno nero e bollente quando , con appena quaranta minuti di ritardo, arrivò la corriera di mezzogiorno.
Era il segnale: i vecchi del paese, ciascuno con la sua coppola d'ordinanza, si riscossero dal torpore che li avvolgeva, si alzarono dalle panchine sulle quali, fino ad un attimo prima, sembravano mummificati e, senza sciuparsi in superflui saluti, si disposero a ar ritorno alle loro case.
Fecero a tempo, comunque, a veder scendere dalla corriera una giovane donna che, come accadeva per chiunque non si fosse mai visto prima in paese, destò la loro curiosità.
La donna, una mora alta e sottile, attendeva che l'autista venisse ad aprire il portellone del bagagliaio e intanto, incurante delle improvvise folate di scirocco che la scumminavano tutta, volgeva uno sguardo lento, intenso, torno torno alla piazza che dal canto suo, ai vecchi così sembrava, aveva ben poco da essere guardata con tanta attenzione.
Contornata da basse palazzine, era una piazza come ce n'è in tanti paesi: una chiesa, un paio di bar coi tavolini sparpagliati sul marciapiedi prospiciente, l'edicola, la sede della proloco, il piccolo ufficio postale e, novità dell'anno precedente, una fontana che dal giorno successivo alla sua pomposa inaugurazione non aveva più zampillato una sola goccia d'acqua e aveva dovuto adattarsi a sedile per le schiffarate ore serali dei giovani del paese.
Recuperata la grossa valigia, una di quelle moderne che si trascinano appresso come cagnolini al guinzaglio, la mora puntò sulla casa che una piccola insegna battezzava come "Pensione Geraci - cucina casalinga", suonò il campanello e dopo un breve scambio di battute scomparve dentro il portone.
Ai vecchi, che nel frattempo erano rimasti impalati a guardarla, non restò altro che andarsene a pranzo.
La signora Rosetta Alaimo, vedova Geraci, era un'esuberante cinquantenne che la precoce scomparsa del marito e la mancanza di figli avevano condannato a una solitudine cui lei non si sarebbe mai rassegnata. Quella sua pensione, però, tolto il mese di agosto, con gli emigrati che tornavano a trascorrere le ferie e qualche villeggiante che si faceva vivo, non era davvero una gran fonte di guadagno né di compagnia. Accolse l'inattesa cliente con festosa  premura e quando Nina, così disse di chiamarsi la giovane donna, le comunicò addirittura la probabilità che la sua permanenza potesse protrarsi a lungo, la signora Rosetta si sentì tanto contenta che fu quasi sul punto di abbracciarla e, dopo averla accompagnata nella sua camera, passò il resto della giornata appresso ai fornelli.
Quella sera, riassaporando una sublime caponata e la sasizza coi cavuliceddi, Nina, di solito schiva e introversa, si sentì cosi deliziata che finì con l'accennare qualcosa sui motivi che avevano condotto "una cosi bedda picciotta, e poi tutta sola!" fino a quel paesino arroccato sulle montagne: "Non so, dev'essere perché negli ultimi tempi mi sono successe tante di quelle cose.. mah, forse sono qui solo per cercare un po di tranquillità".
Tanto bastò alla signora Rosetta per prendere a raffigurarsi le vicende così amare e tormentate che a un tratto, come per porvi un qualche rimedio, ma anche nella speranza  che ciò prolungasse la conversazione, si ricordò di avere ancora in serbo qualcuna delle sue specialissime cassatelle di ricotta.
Nina, però, a quel punto era davvero sazia e preferì evitare la troppa confidenza, disse di sentirsi stanca della sua lunga giornata... e la Geraci capì che di quelle briciole, almeno per il momento, doveva accontentarsi.

L'indomani mattina, per l'infallibile regola dei tre giorni, l'africano continuò a tirare e, se era possibile, si fece ancora più caldo e arraggiato.
Affacciata dietro ai vetri della finestra che dava sulla piazza, Nina faceva i conti con una notte trascorsa insonne fra mille pensieri, e con la propria immagine che gli stessi vetri riflettevano e a tratti, suo malgrado, le imponevano.
Aveva davvero un'aria terribile: i capelli appiccicati dal sudore, il viso sbattuto, pallido, gli occhi annegati in due fosse profonde; e non stava meglio il suo corpo, che le sembrava una canna secca spezzata dal vento.
La piazza, ancora deserta nell'attesa del richiamo della prima messa domenicale, era altrettanto desolata: un pulviscolo rossastro, sahariano, la soffocava e una banda di cartacce impazzite si divertiva a vorticare da una parte all'altra.
Cominciò a temere d'essersi sbagliata.
Nei tormentati mesi precedenti la sua decisione, aveva pensato che tornando in paese, ora finalmente donna, l'impulso più immediato sarebbe stato quello di andare in giro a ritrovare i luoghi e le persone fra cui era nata e cresciuta e che ciò fosse davvero il rimedio per saldare la frattura fra quelle che lei chiamava "le mie due vite", la vecchia e la nuova.
Adesso, suo malgrado, riusciva solo a pensare i starsene chiusa in quella camera e il paese, che per tanti anni aveva vissuto come un'angusta prigione, ora se lo sentiva estraneo, indifferente e inutile.
Scese, comunque, e raggiunse la cucina dove una Rosetta più mattiniera del solito aveva già apparecchiato per la colazione.

"Buongiorno! Abbiamo riposato bene?" le chiese, ma se ne pentì un istante dopo giacché l'aspetto di Nina diceva chiaro e tondo tutto il male che era possibile dire della sua nottata.
Ancora una volta, come se la Geraci mischiasse i cibi con qualche magica sostanza, il caffellatte, i biscotti caserecci e la generosa porzione di cassata al forno fecero il prodigio di confortarla.
"Pensavo, venendo quassù, di prendere in affitto un locale e aprire un piccolo centro d'estetica; sa, ho un diploma di visagista e..." 
"Ma è 'na beddissima pinsata," saltò su la Geraci, tutta contenta dell'insperata "resurrezione" della sua ospite, "eh! Una volta non ce lo saremmo manco sognato di andare firriando tutte cunzate come le picciottelle di oggi, ma a furia di riviste e televisione... anche qui, se metti 'sta putìa di biddizza, avrai 'na gran fudda dietro la porta!"
Poi, dopo una rapida ricognizione mentale e come se fosse già cosa fatta, sentenziò che per le dimensioni, l'ubicazione e il costo senz'altro ragionevole, a Nina sarebbe andato a pennello un magazzino di Via Garibaldi, lì a due passi dalla piazza. L'unico problema, ma per lei che era forestiera non si sarebbe dovuto porre in termini di problema, poteva essere costituito dal fatto che quel locale, chiuso e inutilizzato da nove anni prima, era stato l'ufficio di un certo Antonio Patò, un giovane che, appunto nove anni prima, era misteriosamente scomparso.
La scomparizione, come la Geraci si premurò di raccontare, avvenne durante le recite del Mortorio, cioè della Passione di Cristo secondo il cavalier D'Orioles.
Antonio Patò, che faceva Giuda, era scomparso, per come la parte voleva, nella botola che puntualmente si aprì: solo che (e questo non era nella parte) da quel momento nessuno ne aveva saputo più niente...e, come sempre accade per tutto ciò di cui gli uomini non riescono a farsi una plausibile ragione, anche su questa vicenda di Patò aveva finito col germogliare una selva di dicerie e superstizioni. S'era detto di tutto e il contrario di tutto, ma le uniche cose certe restavano la scomparsa del giovanotto e il fatto che nessuno aveva più avuto il fegato di rilevare la locazione di quel suo ufficetto.
Certo, doveva restare anche e soprattutto la disperazione dei genitori e lei, la Geraci, pure che non aveva avuto figli, se la immaginava per filo e per segno. Antonio, per giunta, era l'unico figlio maschio dei Patò; quel maschio che suo padre s'era tanto ostinato a pretendere, che la povera signora Maria, prima di riuscire a farglielo, s'era già dovuta sobbarcare quattro gravidanze e altrettante figlie "una all'anno e tutti fimmini!"
Si raccontava, continuò la Geraci, che quando Antonio nacque il padre talmente impazzì dalla felicità che nei giorni seguenti, e forse, di tanto in tanto, anche quando il bambino fu più grandicello, non faceva altro che rimirarselo e controllare che ce l'avesse davvero, quella "cosa"..., ma questa, a ben riflettere, doveva essere la solita esagerazione di qualche mala lingua.
Aveva smesso di mangiare, Nina, restando lì con la bocca aperta e gli occhi imbambolati, e soltanto quando la Geraci si zittì, fece un sussulto e si riscosse come se un'improvvisa secchiata d'acqua l'avesse colta nel pieno del sonno. Si alzò e, sussurrata qualche parola, salì in camera sua.
Non era cambiato niente, non alla Messa del mattino, almeno. Don Peppino sbrodolava la predica come sempre, cioè per una buona mezz'ora e come se davvero dovesse bacchettare le sue povere parrocchiane per chissà quali misfatti.
Quelle, dal canto loro, se ne stavano lì in buon ordine, a incassare accuse di avarizia, ingordigia, lussuria e quant'altro, con le facce compunte e il pensiero concentrato su tutte le faccende che le aspettavano al varco tornando a casa.
Nina s'era fatta la doccia, s'era aggiustata meglio che aveva potuto e ora, seduta in un banco della chiesa, subiva le sbirciate delle altre donne: era un'estranea.
Lasciò Don Peppino infervorato nell'ennesima filippica e uscì nella piazza abbagliata.
A dispetto del caldo feroce anche gli altri riti domenicali si stavano celebrando regolarmente.
Riparati dagli ombrelloni, i tavolini dei bar s'erano affollati; vi fioccavano i caffè, gli spongati e quant'altro; un gruppetto di uomini davanti all'edicola si accapigliava sulle ultime notizie sportive, i vecchi erano tornati a imbalsamarsi sulle panchine.
Nina decise per il "Centrale", preferì entrare e ordinò una granita di caffè. C'era un nuovo barista, uno che non aveva mai visto. Da un tavolino alcuni picciotti ridacchiavano e la guardavano con insistenza imbarazzante. Riconobbe "Calogero biddizza" che aveva messo su una bella panza, e quella cosa inutile di Sasà Miceli sempre attaccato alla macchinetta del videopoker.
Le venne la nausea.
Il cortile dietro la chiesa s'era gremito di ragazzini; vederli giocare e ricordare fu un tutt'uno.
A pallone era una schiappa completa; per quanto si sforzasse, quella smania di rivaleggiare, di correre e sudare nella polvere, restava estranea alla sua intima natura. Quando smise perfino di provarci, poi, dovette accollarsi gli sfottò dei coetanei e la cocente delusione di suo padre.
"Ma è possibile mai?" sbraitava, "all'età tua manco posavo i piedi in terra, io. E tu? Tu non t'affrunti? Pari 'na femminedda, pari".
Lasciò l'improvvisato campo di calcio, riprese a gironzolare per le viuzze del paese e per quelle imponderabili della sua memoria.
Era appena adolescente; suo padre stabilì che era ora che diventasse "un vero masculo" e se lo portò giù in città: "A fimmine," disse.
Fece del proprio meglio per nascondere l'appagno e cercare di compiacerlo. Oltre a non diventare il masculo che doveva, però, quel giorno si persuase definitivamente di essere una femmina che era nata, per sbaglio, con un corpo da maschio.
Il portoncino al civico 8 di Via Garibaldi era serrato ma la targa d'ottone con l'incisione "Antonio Patò - geometra", sebbene opacizzata e scurita, faceva ancora la sua figura.
Nina realizzò d'essere di fronte a quella targa quando, sovrappensiero, si sorprese a frugarsi le tasche e a non trovare la chiave.
Ci sono gesti che a furia di ripetersi, anche se uno non li compie più, rimangono nascosti dentro, pronti a rispuntare fuori appena gli si offra la minima occasione.
"La scomparsa di Patò!" mormorò.
Ed erano sorte tante dicerie? E superstizioni, addirittura?
Ma se uno sparisce, congetturò per l'ennesima volta, e insieme a lui spariscono anche una valigia piena di roba e tutti i risparmi che aveva accumulato, ci vuole proprio molto a capire cosa è successo?
Era chiaro che i suoi s'erano ben guardati dal fare due più due o, se anche l'avevano fatto, avevano dovuto scegliere di tener nascosto il risultato. Sorrise amaro e tornò a macinarsi con gli altri soliti interrogativi...e a darsi le solite risposte.
Sapevano che aveva deciso di scomparire? Forse sì; quasi certamente sì.
E sapevano perché? Su questa domanda, per quanto avesse cercato di accantonarla e non riuscisse a comprendere il proprio accanimento, Nina si scervellava da anni.
Ora, davanti a quel portoncino, le sembrò che a un tratto tutto il suo ragionamento si facesse limpido come un panorama appena lavato da un acquazzone.
"Antonio Patò - geometra". "Ma certo! Quella non era una targa: era una lapide!
Non si sarebbe fatta meraviglia, in quel momento, di scoprire che suo padre continuasse a pagare l'affitto di quella sorta di ufficio sepoltura. Avevano preferito darlo per morto, "scumparso", non lo cercarono nemmeno, il povero Antonio, o tutt'al più fecero finta d'averlo fatto.
Ma certo: era mille volte meglio piangerlo per morto ma "masculo", che saperlo vivo e....
All'improvviso il ricordo sepolto esplose nella mente di Nina.
Era mattina. Sua madre doveva aver perso la corriera e rincasò prima del previsto, senza produrre il minimo rumore. Aprì la porta della stanza e lo sorprese davanti allo specchio con indosso la sottana di una delle sue sorelle, un paio di antichi orecchini d'argento e il rossetto che gli infuocava le labbra.
Le dava le spalle, sicché  i loro sguardi s'incrociarono rimbalzando sulla superficie dello specchio. Rimasero in silenzio eterno e lui sentì che il sangue gli si era ghiacciato. Poi sua madre aveva richiuso la porta e fino al giorno in cui, calato nella parte di Giuda, decise di scomparire, lei non fece mai più cenno a quell'episodio.
La trattoria della "Zà Sara" era tutta un vociare; i tavoli erano gremiti e l'aria, satura degli odori della cucina, era appena smossa dal pigro movimento delle pale dei ventilatori.
Un cameriere si premurò di pilotarla nella seconda saletta e le indicò l'unico tavolino che era rimasto libero.
Nina si sedette e subito li vide.
Curvo, rinsecchito, suo padre era diventato un vecchio. L'aveva lì davanti, a pochi metri di distanza: sedeva a capotavola, come sempre, ma non sovrastava più nessuno.
Sua madre gli sedeva accanto, seria e rigorosa nel suo vestito scuro. Era ancora bella, i capelli ingrigiti raccolti dietro la nuca lasciavano scoperto il collo sottile ed energico. Indossava il paio di orecchini d'argento che Nina riconobbe.
C'erano Rosalia e Vincenza con suo marito. Un altro uomo sedeva al capo del tavolo di fronte al padre e c'erano anche i bambini... tre, quattro picciriddi che impegnavano i grandi in continui e inutili richiami.
Avevano quasi finito di pranzare, il cameriere stava prendendo l'ordinazione per i caffè.
Guardava verso quel tavolo, Nina, ma soprattutto non riusciva a staccare gli occhi dal profilo di sua madre.
Il suo sguardo dovette essere cosi insistente, così ingombrante, che la madre infine si volse e lo trovò. Strinse appena le labbra, forse impallidì, fu un istante, nient'altro.
Nina restò lì, seduta, a un tratto impermeabile a tutta la confusione che regnava nella taverna.
Dentro di lei s'era fatto silenzio; il tempo, i pensieri, gli oggetti stessi stavano sospesi.
"....signorina....signorina, mi scusi, ha scelto cosa ordinare?"
Teneva ancora il menù in mano e quella voce sembrava giungerle da molto lontano.
"Si sente bene, signorina?"
Il cameriere e poi il chiacchierio della gente, i tavoli e tutto ciò che la circondava ripresero infine lo spazio della sa coscienza e la ricondussero lì dove era rimasta.
Ordinò qualcosa e quando quello se ne fu andato, Nina si accorse che il tavolo di fronte a lei era vuoto. Bottiglie smezzate, piatti sporchi, tazzine e tovaglioli v'erano abbandonati come residui sul campo di una battaglia appena conclusa.
Un piccolo pacchetto, un fazzolettino di carta che avvolgeva qualcosa, era ora poggiato su un angolo del suo tavolo.
Nina lo guardava incuriosita, sfiorata da un desiderio e da un timore incomprensibili, istintivi che la paralizzavano. Si decise a prenderlo, lo tenne ancora a lungo fra le mani scostando e riaccostando i lembi di carta ripiegati, quasi aspettando che il coraggio necessario le crescesse dentro. Infine lo aprì, e il cuore le scappò via impazzito.

L'indomani, come previsto, s'era puntualmente girato a maestrale.
Spazzata via la rossastra velatura dei giorni precedenti, il cielo si stava accendendo di un azzurro sfacciato e le nuvole vi si rincorrevano bianchissime, inseguite dal vento fresco che veniva dal mare.
La piazza, stanca della nottata e della calura dei giorni precedenti, dormiva ancora fra le saracinesche abbassate, gli ombrelloni chiusi, la fontana asciutta.
La corriera delle sei e mezzo, quella dei pendolari del lunedì, la disturbava appena col borbottio del motore e quando fu l'ora, fece uno sbuffo nero, puzzolente e si convinse a partire.
Nina sedeva accanto a un finestrino, il ciglio della strada le scorreva davanti agli occhi.
Attese di leggere il cartello che, a nome del paese, augurava "buon viaggio e arrivederci a presto"; poi si aggiustò più comodamente, chiuse gli occhi e scivolò nel sonno accarezzandosi un orecchino d'argento.

venerdì 24 gennaio 2014

Treni treni treni



C'è quello che ha proprio una fissazione coi treni chiaro che è matto sta sempre alla stazione tanto che lì lo conoscono tutti e guarda e riguarda quella massa di gente sempre in movimento che gli provoca confusione e anche un po' paura per cui è tanto più assurdo che stia lì in mezzo a chi parte e a chi arriva anche se più che altro gli interessano quelli che partono e se ne vanno infatti ogni tanto così a casaccio e senza una ragione vengono le volte che piglia e parte pure lui senza bagaglio senza sapere dove va il treno su cui è salito e soprattutto senza biglietto e dico soprattutto perché poi è per quello che lo fermano glielo chiedono e appena lui apre bocca capiscono per forza che è matto che non può essere che va a parlare col Papa che lo aspetta o che non sa dove sta andando e non ha niente con sé manco lo spazzolino per i denti o un paio di calze di ricambio perciò non solo deve scendere subitissimo dal treno ma la polizia ferroviaria lo prende lo porta in ospedale e da lì in un modo o in un altro lo riaccompagnano a casa sua e lo consegnano alla vecchia madre poveretta che non ce la fa più e lui l'indomani è di nuovo alla stazione a guardare i treni perché ha proprio una fissazione come dicevo all'inizio e ripeto alla fine.

lunedì 29 luglio 2013

Ballarò






La notissima "Vucciria" di Renato Guttuso
Oggi la Vucciria ha ben poco del "mercato".
Ballarò lo è ancora.





Ballarò


La signora della Palermo–bene non frequenta abitualmente quella sorta di souq marocchino che è il mercato di Ballarò (“al balhara” per gli arabi... stavano qui mille anni fa), ma può venirle voglia di andarci, di tanto in tanto, magari con un’amica, perché fa esotico. In certi ambienti, poi, il “vecupevo delle matvici cultuvali” o il “contatto con la vealtà più vevace” della nostra città sono roba molto chic, rispetto alla quale potersi raccontare come protagonisti garantisce, fra un sorso di tè e un pasticcino, sicuri apprezzamenti salottieri.
E poi, vogliamo mettere… l’esaltante commistione fra ribrezzo per la sporcizia (può capitare anche qualche grosso sorcio sotto i cassonetti della munnizza), l’allerta per i sempre probabili scippi, i brividi gelati su per la schiena per lo sguardo del giovane pescivendolo che in tre secondi ti mette incinta in mezzo a quel casino di colori odori rumori, l’imbarazzo nella ridicola obbligatoria recita della trattativa sul prezzo (certe cose, se non le hai nel sangue, e se non hai bisogno veramente di risparmiare i soldi, perché veramente non ce li hai, non le puoi fare come di giusto!), la curiosità per tanti piccoli sketch di diversa pittoresca umanità (la popolana che cafudda un timpulune da antologia sul cozzo del picciriddu di tre anni che insiste a tirarle la sottana perché vuole accattata a pullanchella – il vecchietto che parla col panellaro e gli dice che “Bin Laden allora è vero sbirru!”…), il martirio dei timpani per gli improvvisi agguati di Tony Bruni o di Yano Zappulla scatenati dagli altoparlanti dei venditori di cassette pirata…
La signora della Palermo – bene, nonostante che abbia rinunciato all’oro e abbia scelto un abbigliamento comodo e pratico, è comunque piuttosto riconoscibile anche da parte di un profano che la osservi ad occhio nudo… figuriamoci come risalterà vistosa attraverso i raffinati detector dei putiari e degli ambulanti!
È un fatto di mille indizi, è inevitabile.
Anche se avesse un maglione vecchio e un gonna dozzinale, le scarpe di un negozietto di periferia invece delle Tod’s che indossa, se avesse rinunciato del tutto al fondo tinta, a un filo impercettibile di rimmel, all’appuntamento settimanale con Theo il parrucchiere, alla regolare scontata perfetta cura delle mani, al Breil da battaglia al polso… bè, anche allora uno qualsiasi di questi putiari riconoscerebbe la sua vera appartenenza da un semplice gesto o da un’alzata improvvisa del sopracciglio.

La signora si avvicina dunque ad un banco di frutta e verdura e, aspettato pazientemente il proprio turno cercando di toccare qua e là come vede che fanno tutti, chiede due chili di pesche montagnole.
Il fruttivendolo prepara un bel coppo di carta e lo riempie di pesche pigliandole a due a due. La signora nota che ogni tanto finisce nel coppo qualche frutto ammaccato, mezzo marcio per dirla tutta, e in un impeto che non le appartiene ma che il mercato ha saputo trasmetterle, esclama: “Senta, mi scusi, ma mi sta dando anche le pesche mavce!” Il fruttivendolo, un uomo in canottiera, bruno e tozzo, si ferma, ancora chino sulla cassetta, e la guarda fisso da sotto in su. Poi si rialza, molto lentamente, sempre tenendola lì inchiodata con quei suoi occhi di carbone, e dice: “Signora bella! E che è? I cose frarice l’aviemu a ddari tutte all’avutri?”

venerdì 26 febbraio 2010

Dichiarazione amorosa

tratta da: "Il segretario universale italiano"
di Arturo Fornari
Napoli - Gabriele Regina, Libraio Editore - 1901



Signorina,
io so che la vostra modestia pareggia in grandezza la vostra bontà; però potreste essere Voi la sola che ignori l'impero esercitato dai divini vostri sguardi sopra tutti coloro i quali hanno la fortuna di avvicinarvi?
Io non posso crederlo, poiché Voi dovete essere bene avvezza a rapire i cuori i più ribelli.
Non istupirete, adunque, o Signorina, se mi prendo la libertà di rendervi nota la passione che in me avete suscitata, e che non si estinguerà che colla mia vita; d'altronde, non l'avete ancora indovinata dalla mia agitazione, dalla mia timidezza e dal mio imbarazzo ogni qualvolta mi siete dappresso?
Temo molto che la confessione del mio amore non v'irriti, e che Voi non respingiate il mio ardore, quando ardisco dirmi attaccato a Voi con tutte le forze dell'anima mia.
Ma forse vi degnerete Voi stessa, o Signorina, di confermare la mia speranza ed aggradire un culto altrettanto puro, quanto lo è l'oggetto che il fece nascere; non tardate, ve ne scongiuro, a farmi pervenire una risposta, che mi renderà il più felice tra i mortali.
Sono col massimo rispetto,
Signorina,
Il Vostro sincero adoratore

Roma, 22 dicembre...

lunedì 8 giugno 2009

La poetessa

Racconto incluso nella raccolta "Consumare preferibilmente entro..."

Era notte e stavo seduto insieme a un gruppo di persone che non conoscevo. Formavamo un cerchio di chiacchiere svogliate.
Di colpo tutti si zittirono: dovevamo ascoltare “la grande poetessa”.
Una grassona con la pelle untuosa e spessa, i capelli biondastri collosi come un groviglio di spaghetti scotti, due fessure d’occhi nel gonfiore giallastro del viso, era comparsa all’improvviso.
Fui colto da un assurdo sgomento. Com’era brutta! Carnosa. Materiale.
Tutti gli altri erano sprofondati in un’attesa irreale.
Dopo un’ultima inspirazione, e mentre una mimica dolente le si scolpiva sul volto, la poetessa aveva cominciato a declamare versi in una lingua astrusa e sconosciuta.
L’orrenda accozzaglia di parole mi investì con la violenza di un pugno; l’attenzione compiaciuta, l’estasi rapita con cui il gruppetto degli spettatori sembrava bearsene, mi diedero una nausea subitanea.
Lei continuò. Continuò senza tregua, fino ad ansimare, a sbavarsi addosso. Da un momento all’altro avrebbe cacciato fuori l’anima. Stavo sempre peggio. Sudavo, boccheggiavo col suo stesso ritmo. Ormai gli altri, lo vedevo con i miei occhi, erano mummie condannate a quell’eterna adorazione… saremmo morti tutti, là dentro!
Incurante delle conseguenze, eruppi in un grido disperato: “Ora basta! Non si capisce niente!”
Lo squallido stanzone precipitò nel silenzio.
Tutti guardavano me, adesso. Tutti tranne lei, orgogliosa e risentita.
Tacevo. Una folla di pensieri si azzuffava nella mia mente. Solo lei, se avesse voluto, avrebbe potuto capirmi.
Mi feci forza. Uscii sotto le stelle e tornai a respirare.

martedì 12 maggio 2009

Due vecchi giocattoli

Da bambino avevo una chitarrina con una piccola manovella metallica che fuoriusciva lateralmente. Bastava girarla e la chitarrina suonava. Una musichetta da film western, di quelle strimpellate dai pianisti nei saloon pieni di fumo, di whisky e cow boys, “Oh Susanna”, qualcosa del genere.
Se giravo velocemente, la musichetta andava velocemente. Se rallentavo, rallentava. Ero padrone.
Potevo anche centellinarla, nota per nota. Dlen... dlin... lentissima, tanto che la melodia non si poteva più riconoscere. Note staccate, prive di senso.
A un certo punto, in un modo o in un altro, il guscio di plastica della chitarrina si ruppe.
Il meccanismo era semplice e affascinante.
La manovella faceva girare un cilindro che a sua volta trascinava un nastro, una specie di striscia di gomma disseminata di piccoli spuntoni, dei pallini, sempre di gomma. La disposizione di questi ultimi, apparentemente caotica, era invece la chiave segreta della musica: ogni pallino, giunto all'estremità del percorso del nastro, seguendo un ordine ben preciso, andava ad azionare la vibrazione della lamella di metallo che gli corrispondeva... ed emetteva la propria nota: dlen... dlin... dlon... ogni pallino aveva il suo posto, ed erano a turno. Perfetto.
Ne macchiai uno con l'inchiostro. Blu. Il blu è sempre stato il mio colore.
Gira, gira, ecco: il pallino blu è salito. Gira, gira, il blu avanza. Posso rallentare, e lui allora avanza piano. Poi, comunque, arriva alla fine, contro la sua lamella. Fa “dlen” e sparisce, passa sulla faccia inferiore, nascosta, del nastro. Fino al prossimo giro.

Poi c'era il caleidoscopio, altro aggeggio magico, affascinante, capace di farmi perdere la cognizione del tempo. Però lì era diverso.
A ogni scossetta, anche la più impercettibile, il disegno cambiava, ma non c'era verso di far tornare un disegno che s'era perso. Poteva assomigliargli, certo, ma non era mai lo stesso di prima. Lì non mi sentivo padrone di niente. Il caleidoscopio, in fondo, era crudele. Non perdonava.

mercoledì 6 maggio 2009

Percorsi


Su una spiaggia (Ulisse)
Uno sta su una spiaggia finché viene il giorno che non può più farne a meno: mette insieme quattro tronchi d’albero, una vela improvvisata, e parte.
Il sole e la salsedine gli induriscono la pelle; i giorni, i mesi, allungano i suoi capelli e infoltiscono un’ispida barba; la fame e la sete, le sorprese e le paure gli scavano l’anima e spalancano gli occhi.
In qualche modo, comunque, allo stremo delle forze, approda su un’isola i cui abitanti, nonostante parlino una lingua a lui sconosciuta, si rivelano ospitali.
Il nostro uomo, a conti fatti, non avrebbe di che lamentarsi: mangia, beve, dorme, ha dove ripararsi dalle piogge e dal sole, ha terra da coltivare, animali da cacciare e ragazze dolcissime per le sue notti.
Eppure, ed è questo il punto, verrà il giorno che non potrà più farne a meno: metterà insieme quattro tronchi d’albero, una vela improvvisata, e partirà.



* * *

Un viaggio (Sisifo)
22.361. Ventiduemilatrecentosessantuno chilometri in quattro anni. Tanto era il tempo ch'era passato da quando il giovane T, mettendosi sul groppone settantadue comode rate mensili, aveva comprato quel motorino.
Cominciò ad almanaccare su quella cifra.
Da Palermo a Catania erano all'incirca duecento chilometri, per Milano erano duemila; più o meno.
Minchia! Pensò. Ho fatto tanta strada che sarei potuto andare e tornare da Milano più di cinque volte. E magari, rinunciando a tornare, sarei potuto arrivare, che so, anche fino in Cina!
Era troppo.
Tutti quei chilometri, quella potenziale “Palermo-Pechino on the road”, se li era macinati senza accorgersene, giorno dopo giorno, da casa sua al lavoro e viceversa.
C'era una bella differenza... lui, ad esempio, si figurava un cavallo di razza e un mulo; quello imponente, tutto bardato e sfolgorante, questo dimesso, opaco... stupido.
E ci ragionava sopra.
Trascorrono gli anni. Nel frattempo T. non va in Cina. E nemmeno a Milano.
Il sole continua implacabile a sorgere e tramontare, e a lui, così gli sembra, non resta che continuare a fare avanti e indietro sui suoi stupidi muli.
Un giorno, fermo a un semaforo, gli torna in mente una frase: “Non è il cammino che è difficile, ma il difficile che è cammino”. Non ricorda neppure chi ne fosse l'autore. Stava stampata su una piccola cartolina che raffigurava delle cime di alberi con lo sfondo di un cielo azzurrissimo. Niente di speciale, ma da ragazzo quell'immagine gli piaceva, tanto che per un po' l'aveva tenuta appiccicata in un angolino dello specchio del bagno e la mattina, mentre ancora assonnato si radeva in fretta e furia, gli dava una sbirciata.
Certo, ormai T. è un uomo anziano. Da tempo non fa più caso alla faccenda dei chilometri. Sono un mucchio ed è inutile star lì a contarli. In ogni modo, immagina di averne accumulati così tanti che, a occhio e croce, avrebbe potuto fare il giro del mondo. Invece... invece niente. Solo e sempre avanti e indietro.
Un rabbioso colpo di clacson lo riscuote. Sovrappensiero, non s'è accorto che è scattato il semaforo verde. Deve ripartire. In fretta.
* * *

Nel labirinto (né Ulisse, né Sisifo)
Ho provato a entrare nel labirinto. Da fuori è una costruzione insignificante, ma è l'unica cosa che c'è da vedere in questa città. È un cubo grigio seminterrato. Niente aperture, se si eccettua la porticina d'ingresso. A modo suo ha un fascino misterioso. Fra parentesi, la città è piena di telecamere neanche tanto nascoste, e di megafoni senza requie. Spero che almeno nel labirinto non ce ne siano.
Arianna, chiamiamola così, m'ha dato il filo. Bello robusto. Me l'ha attaccato alla vita con un inestricabile groviglio di nodi. Mi ha detto che l'altro capo lo teneva lei, per sicurezza.
Dopo un breve tratto il filo dev'essere finito. Tiravo ma non riuscivo più ad andare avanti. È stato gioco forza tornare fuori. Ho chiesto in giro. Tutti m'hanno detto che, se proprio ci tenevo, non c'era altro da fare. Così ho recuperato un coltello affilato, ho tagliato il filo di netto e mi sono ributtato dentro il labirinto. Arianna starà ancora pensando di avermi nelle sue mani. Io, invece, sono qui dentro. Libero.
Nel labirinto c'è musica. Tamburi. Non cessano mai, tanto che dopo un po', passata la prima euforia, si finisce col non sentirli più, a meno di concentrarsi nell'ascolto o che improvvisino cambi di ritmo e tonalità. Tutto sommato una noia rilassante, discreta.
Niente odori. Anche ammettendo che ci fossero, e magari ci sono, credo che l'assuefazione li annullerebbe, un po' come succede per certi veleni allo stato gassoso: si muore senza accorgersi di nulla. Lisci lisci.
A ben pensarci, questa dell'assuefazione, dell'abitudine, è una costante del labirinto. Qualsiasi cosa si incontri, o si immagini di incontrare, dopo aver suscitato un'iniziale, speranzosa curiosità, sbiadisce. Evapora. Scompare. Flop. Grigio inodore insapore. Tum, tum, tum...
Credo di essere ancora vivo. Ma potrei essere morto e non saperlo? Vado avanti. O indietro. Ormai non ho più modo di verificare. Forse sto girando intorno e senza rendermene conto ripercorro gli stessi cunicoli che ho già attraversato. Oppure sono nuovi ma non so distinguerli dai vecchi. L'assuefazione. È così.
Cosa ci faccio ancora qui? Come esco? Ma voglio uscire? Di nuovo in mezzo a megafoni e telecamere? E poi, anche volendo, non ho più il filo. L'ho tagliato io stesso, lo so. Mi sono perso. Sarà il prezzo della libertà. Della libertà?

domenica 19 aprile 2009

Maria

Sto bene, amico mio. Certo, bene come può starlo un uomo anziano.
Che dici? Un’ombra?
Lo so. La conosco.
Mi è difficile parlarne; non l’ho mai fatto.
Sai, un po’ come tutti, anch’io mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni, le persone… tornarci, rivederli, anche solo ricordarli, è un po’ come un tenersi insieme, aggrapparsi a un effimero filo di Arianna nell’illusione di riuscire a non perdersi.
Ebbene, c’è un posto che per me è molto di più.

È una storia lontana cinquant’anni, ma da allora è lì che torno, ogni giorno, ed è lì che continuerò a tornare per tutti i giorni che mi resterà da vivere.
Me ne andai come un ladro. Una mattina insolitamente fredda per quelle latitudini, mentre un mare cupo tormentava la prua del battello.
Sembrava che l’isola non si allontanasse mai. Distinguevo ancora il campanile che svettava allampanato fra le basse, coloratissime costruzioni di Calheta, le barche impaurite, ridossate alla meno peggio, la capanna di Elisio il matto… e laggiù la nostra casa.
Immaginavo Maria, in piedi dietro la finestra, stretta nelle sue stesse braccia come ogni volta che, nonostante mi affannassi a rassicurarla, veniva assalita dal presagio di quel momento. “Un giorno te ne andrai”, diceva, e si rifugiava nel patio, testarda e triste come una bambina.

Avevo vissuto quasi due anni a Maio. Un’isoletta di Capoverde.
Cinquant’anni fa era un luogo sperduto, selvaggio; una manciata di rocce gettata nell’oceano.
Sulle spiagge le uniche impronte, per centinaia e centinaia di metri, erano quelle fittissime degli uccelli marini e il solo rumore era lo sciabordio perpetuo delle onde. La sera, mentre il sole radente accendeva la sabbia di riflessi metallici, vedevi rientrare nel porticciolo le barche cariche di enormi pesci, di aragoste e polpi, e l’aria profumava.
Ero poco più che un ragazzo inquieto, quando arrivai. Avevo ventitre anni.
Il giorno dopo la laurea lasciai il diploma nello studio di mio padre, sulla scrivania, e scomparvi. Allora sarei fuggito a qualsiasi prezzo…
Maio fu per caso. Avrebbe potuto essere Santo Antao, o Fogo, comunque una delle più piccole. Un nascondiglio nel mondo.
Maria cantava nell’unica balera del paese. Uno stanzone fumoso coi tavolini e le sedie sgangherate, illuminato da sparute candele, in cui gli isolani movimentavano le serate dei fine settimana.
Era una creola con due grandi occhi verdi, tranquilli, dolcissimi, e un sorriso capace di lenire la ferita più profonda. Conosci la musica di Capoverde? È qualcosa che ti entra nel sangue. E Maria era quella musica. Era la dolce malinconia delle mornas, la vivacità, l’esuberanza delle coladeiras, e la selvaggia sensualità dei ritmi africani. Lo sentii dritto nelle viscere, distintamente, e lei, appena smise di cantare, si avvicinò, si sedette di fronte a me e disse soltanto: “nha nomi e Maria Margarida”.
Venne a casa mia quella sera stessa, come se fosse la cosa più facile e naturale del mondo. E non se ne andò più: “Sono la tua donna”, diceva.

Mi costrinsi a rimpatriare. Fu dopo aver ricevuto una lettera da Piero, l’unico che sapesse dov’ero. Mio padre s’era impiccato.
L’isola era ancora lì, davanti a me, vicina. Non riuscivo a voltarmi, a varcare il boccaporto e chiudermi alle spalle quei due anni di selvaggia bellezza. Fissavo la scia lentissima del battello e continuavo a dirmi che sarebbe bastato un balzo. Le gambe, la mente, ciascuna fibra del mio corpo mi implorava di saltare…

Mi sono sempre detto che tornai per mia madre, o per il senso di colpa del quale, per quanto provassi a convincermi che non aveva ragioni, non riuscivo a liberarmi. Chissà.
Via via anche la ricerca di una risposta ha perso significato. Maio era stata un momento, un attimo in cui infiniti particolari, tutti insieme, avevano congiurato per generare un sogno. Certo, la gioventù, l’energia, la passione travolgente di Maria, ma anche le più piccole cose, il soffio tiepido dell’aliseo, il canto delle megattere in amore, e quell’oceano sterminato…

sabato 21 marzo 2009

Buone notizie

Gaspare, che ha passato ottantadue anni con la zappa in mano e la schiena a rosolarsi sotto il sole, è in coma.
I medici dell'ospedale, dopo aver tentato di tutto, allargano infine le braccia e i familiari se lo riportano a casa, lo sistemato sul letto, con la bombola d'ossigeno, chiamano il prete e lo vegliano rassegnati all'inevitabile.
Nel piccolo appartamento al piano terra trascorrono così lunghi giorni scanditi dalla recita del rosario per i moribondi (quello che, nell'intenzione di chi prega, invoca un'agonia breve e una rapida ascesa al paradiso) e dai tristi preparativi come l'acquisto delle scarpe nuove e l'accordo col ristorante per il “cunsulo”, il cibo “consolatorio” da consumare dopo il trapasso.
Alle undici di sera del quarto giorno, improvvisamente, Gaspare apre gli occhi, si pone a sedere in mezzo al letto e dice: “haiu pitittu” (“ho fame”).
I familiari, increduli, esterrefatti (c'è anche qualcuno che sviene), gli portano un piatto di minestrina. Lui se la mangia tutta. L'indomani, però, dice chiaro e tondo che vuole salsiccia con patate al forno, il suo piatto preferito, e nessuno ha il coraggio di negarglieli.
Racconta. Ha attraversato una specie di tunnel e ha raggiunto un posto che assomiglia in tutto e per tutto a un luminoso giardino. C'erano figure piuttosto indistinte, luminose, con cui ha parlato. Erano i suoi cari, defunti. Stavano bene. E anche lui, lo ricorda senza incertezze, provava il più assoluto, divino benessere.

Gaspare è quello che si direbbe un “testimone attendibile”. Un vecchio contadino analfabeta, un uomo concreto. Non è mai stato un gran frequentatore della parrocchia e delle cose religiose, giusto a Messa per Natale, pasqua e qualche altra “festa grande”, e soprattutto non sa nulla delle esperienze, da più parti raccontate e del tutto sovrapponibili alla sua, di altre persone che, proprio come lui, si direbbero “tornate” da questa sorta di area di transizione fra vita e morte, da questo balcone affacciato su... sull'aldilà?
Buone notizie, insomma.

sabato 14 marzo 2009

Pietre

Bene, eccoci qua, dico sottovoce, e un gabbiano si volta a guardarmi un istante. Come se capisse.
Poi torna a fissare l'orizzonte con l'aria di uno che non ha voglia di nulla.
È una mattina grigia, il mare sciaborda pigro.
Male, molto male, dico sottovoce, e il gabbiano si volta di nuovo a guardarmi, ma stavolta resta lì, con gli occhietti fissi su di me e la mia bottiglia.
Che ci fai tutto solo? gli chiedo; dove sono gli altri?
Lui piega appena un po' la testa.

Sono a pezzi.
Lascio perdere il gabbiano, mi siedo sui ciottoli del bagnasciuga. L'umidità trapana fino alle mutande, fredda ghiacciata.
Neanche una barca, il mare un deserto.
Lui sempre lì a fissarmi. Sembra vecchio, non mi intendo di gabbiani, ma questo sembra proprio un vecchio gabbiano stanco; immobile, pesante, quasi gonfio.
Tiro giù un altro sorso. Giocherello coi ciottoli, ne butto qualcuno a mare. Piccole pietre levigate biancastre che stanno qua.
Ehi, gli faccio, ci pensi che magari mille anni fa qui era tutto uguale come adesso tranne che noi due non c'eravamo? Mica siamo pietre, noi.
Non risponde. Un gabbiano non può rispondere. È tornato a guardare il mare.
Sai di Jonathan, no? Lo sanno tutti: “Il gabbiano Jonathan Livingston”, un best seller pazzesco, un eroe di gabbiano, il supergabbiano! Non gli bastava volare, capisci? No, troppo poco, troppo facile. Andare avanti, andare oltre il limite, ecco quello che si dovrebbe fare, caro mio.
Ero poco più che un ragazzo quando lo lessi. E lo amai. Il mondo scintillava, allora, e io morivo dalla voglia di buttarmici dentro. Tutto liscio, tutto bello…
E tu? Tu c'hai provato, almeno?
Non ti ci vedo proprio. Ti sarai accontentato di svolazzare qua e là alla meno peggio, giusto il necessario per acchiappare la tua sardina quotidiana e tornare a sonnecchiare.
Butto qualche altro ciottolo in acqua. Pluf. Plufff.
Ho la gola asciutta. Bevo ancora. Lancio in mare la bottiglia vuota. La corrente comincia a trascinarla mollemente verso il largo. La seguo con lo sguardo, ogni tanto un luccichio, sempre più lontano.
Chissà che fine avrà fatto... dico di Jonathan. Quanto vivete voi gabbiani? Un anno? Dieci? Cento?
Il gabbiano è ancora lì, impassibile. Una statua.
Pluf.
Plufff.

mercoledì 18 febbraio 2009

Nuvola Rossa


Per i winchester dei nordisti, bene appostati sulle torrette di guardia, è un giochetto da ragazzi: quelli, gli indiani, i loro cavalli, sono carne da macello.
Si buttano avanti a ondate, traboccanti di coraggio e di rabbia, ma come le ondate si spezzano su una scogliera, così loro crepano ai piedi delle palizzate.
Gli indiani, si sa, non si arrendono. Gli indiani, prima di sera, saranno morti tutti.
Andrà così anche questa volta. È solo così che può andare.

Lo splendido baio, vedo il suo sudore denso, biancastro, vedo le narici e gli occhi spalancati dal terrore, ha uno scarto brusco, imprevedibile.
Nuvola Rossa è stato sbalzato a terra, la pallottola che l’avrebbe ucciso s’è conficcata profonda nella sabbia.
Tutt’intorno grida selvagge si mescolano al sangue, al sibilo dei proiettili. Sono urla di dolore e di vendetta.
Lui potrebbe acquattarsi, restare nascosto dietro il cespuglio, attendere la notte e forse, col favore del buio, avrà salva la vita.
Ma Nuvola Rossa è un guerriero, un guerriero vero. Non sa che farsene di una vita da schiavo.
Dà fuoco al cespuglio, allora, e avvolta una pezza oleosa attorno alla punta di una freccia, la incendia. Tende il potente arco con tutte le sue forze, lo tende fin quasi a spezzarlo, e infine scaglia la freccia infuocata.
L’esempio del Grande Capo riempie di coraggio i suoi uomini, si diffonde fulmineo. In breve un diluvio di fuoco si abbatte su Fort Yukon.
I nordisti non hanno scampo, sono topi in trappola. Molti bruciano vivi; quelli che tentano la sortita cadono massacrati dai tomawack, i pugnali fanno scempio di scalpi.
Il tramonto, finalmente, si sta tingendo di rosso.

“Ehi! Cos’è questa puzza di bruciato? Che stai combinandooo?” Gli urlacci provengono dalla cucina.
Svelto, faccio sparire la scatola dei fiammiferi e rovescio un bicchiere d’acqua sul piccolo incendio. Sono eccitato, felice. Fino a oggi, da sempre, avevo automaticamente continuato a riprodurre, coi miei soldatini, gli inesorabili massacri di indiani che i tanti film western mi hanno insegnato. Stasera, esausto, mi addormenterò sulla pelle dell’orso perché in un mondo infestato da visi pallidi e lingue biforcute, ho scoperto che io, in realtà, sono un selvaggio. Un coraggiosissimo, invincibile selvaggio con la pelle rossa.


– L’autore… dorme in una fotografia del 1960 -

sabato 13 dicembre 2008

Oltre l'abisso

"Oltre l'abisso" è una pagina di diario.

Un grumo maligno t’aveva tolto la parola e inchiodato su una sedia a rotelle. Non era riuscito, però, a spegnere i grandi occhi neri che ti ostinavi a spalancare, ora vuoti, ora traboccanti di tristezza o di rabbia.
Venivo a trovarti.
Dopo avrei pensato che potevo farlo più spesso, più a lungo, ma forse il cuore mi si stringeva troppo a vederti così.
Tu e io eravamo molto simili. Pensa che alcuni, persone che incontro adesso che gli anni si sono accatastati anche sulle mie spalle, dicono che ti assomiglio così tanto che al solo guardarmi s’indovina che sono tuo figlio.
Ma era soprattutto per qualcosa di interno che noi due ci sapevamo uguali; come se, uno di fronte all’altro, fossimo due specchi che riflettevano un identico modo di sentire, un modo tanto intenso quanto timido e schivo, vergognoso di mostrarsi, incapace di tradursi in gesti che si vedessero e si sentissero, prigioniero… mi avevi insegnato tu ad essere così? o forse, chissa? quell’impaccio stava scolpito nei cromosomi che mi passasti…
Era per questo, vero? che avevamo da sempre affidato alle parole (agli scritti, addirittura!) il compito di tessere la trama fittissima del legame che ci univa. Ora quel ponte incorporeo, così etereo e così prezioso, era distrutto, necrotizzato in un angolo del tuo cervello. C’era l’abisso del silenzio.
Eppure, sai, oggi mi accade di pensare che quel maledetto grumo un regalo ce lo fece.
Fu una mattina…
Eravamo da soli, muti davanti a quel baratro.
Mi accorsi che avevi la barba lunga… una sciocchezza… la mente è strana, a volte.
Non so come, non ero io ad occuparmene, ma all’improvviso mi trovai a sospingere quella tua carrozzina fino al bagno e lì ti lavai il volto, ti insaponai e, maldestro, con cura infinita, ti sbarbai.
Non erano parole, quelle; erano soltanto le mie mani sul tuo viso, ma il lampo cristallino che ad un tratto ti illuminò gli occhi mi disse con certezza che anche tu, in quel momento, stavi tornando a tutte le mattine in cui, da bambino, amavo starmene seduto in quello stesso bagno a guardarti mentre ti radevi e aspettavo che, come sempre, a un certo punto mi spennellassi un po’ di schiuma sulla punta del naso e ci mettessimo a ridere.
Quello fu un attimo, è vero, ma fu un attimo di elementare, semplicissima felicità.
Sai? Nella palude grigia e sterminata che dovetti attraversare quando, di lì a poco, la morte venne a liberarti, il ricordo di quella mattina ha preso a brillare. Sempre più forte. Abbagliante. Come una gemma. Come un faro nella notte.
Da allora è mio. E lo tengo stretto.

venerdì 5 dicembre 2008

Picciridda

Vedova, figli grandi e maritati, “Donna Cettina” è vecchia assai.
Pure che sta a dritta pi scummissa, la domenica si conza: si pettina per bene, si veste tutta pulita, si impupa magari con la collana e gli orecchini, e se ne va a la Missa.
Dopo un’ora, quannu u parrinu dice: “Andate in pace”, idda sinni nesce.
Oggi c’è cavuru, u sule spacca li petri.
Cettina, caminannu accussì lenta che pare ‘na tartaruga, come Dio vuole arriva a la punta del pontile. Supra lu mari.
Accura a non sciddicari, scende la scaletta di cemento e s’assetta sull’ultimo gradino… vicinu all’acqua.
S’arriposa n’anticchia, Cettina. È grossa e ci venne l’affanno.
S’asciuca il sudore con un fazzoletto di lino ricamato mentre ‘na sciusciatina di vento le scummigghia un poco i capiddi bianchi.
Il sole è accecante. Lei tiene l’occhi strizzati. Ha la faccia accussì fitta di rughe, che pare ‘na terra arsa, tutta spaccata.
Tutt’assieme in quegl’occhi s’adduma un lampo… un lampo tale e quale nu focu d’artificio.
Cettina si toglie ‘na scarpa. Allunga lu piede, sempre di più… e finalmente arrinesce a tuccari lu mari cu la punta delle dita contorte dagli anni.
Ecco: chi la taliasse na ‘stu minutu, putissi viriri, fra mille rughe, lu sorrisu d’una picciridda.

martedì 18 novembre 2008

La mia finestra

“La vita è un labirinto in cui è impossibile entrare”
(F. Kafka)

C’è una finestra nella mia casa tutta muri. È chiusa da sbarre indistruttibili che non ricordo di averci messo né quando, tanto che a volte dubito di averlo fatto proprio io. Allora capita che mi lasci andare a sterili pensieri: “Perché avrebbero dovuto? E chi?”, domande del genere, domande che a mente serena mi stupisco di formulare e che in ogni caso ci si dovrebbe rassegnare a lasciare senza risposte.
La porta? Sì, c’è anche quella, piazzata sulla parete opposta a quella della finestra. Si apre e si chiude regolarmente, per entrare e uscire. È di un legno scuro, robusto, ha la serratura e una catenella di sicurezza che gestisco a mio piacimento. È una porta di cui non posso lamentarmi.
Però, nonostante tutto, se un giorno arriverà l’ordinanza: “SCEGLIERE FRA PORTA E FINESTRA”, io eliminerò la porta.
Non so cosa faranno gli altri, penso che molti si terranno la porta dicendo che altrimenti resterebbero chiusi dentro, da soli, per tutta la vita. Una considerazione ineccepibile se non fosse per il fatto che, personalmente, lì fuori io credo di esserci già stato.
Dev’essere accaduto molto tempo fa. Ho dimenticato quasi tutto. M’è restata solo una specie di sensazione, non può definirsi un ricordo, né un’immagine, né un’idea… è una cosa vaga; una nausea, una noia, ecco, forse si potrebbe chiamarla in questo modo.
Stando così le cose, devo ancora chiedermi perché tengo tanto alla finestra.
Da lì entra ed esce tutta l’aria che respiro, ma ipotizzando che questa necessità mi venisse garantita per altra via, so che lo stesso la finestra, per me, sarebbe ancora troppo importante, addirittura vitale, anche se non so farmene una chiara ragione.
Perciò continuo a guardarla e ad essere grato della sua esistenza.